Una vicenda umana

Egea Haffner Tomazzoni oggi risiede a Rovereto; è nata a Pola nel 1941, sei anni prima del grande esodo che vide fuggire la quasi totalità dei 30mila abitanti della città, costretti dalle persecuzioni di Tito, deciso a cancellare l’italianità dalle terre giuliane.
Lei, però, fu costretta a partire già nel 1946: «Il primo maggio del 1945 – racconta infatti – la sera suonarono alla porta due titini, volevano mio padre. Lui chiese perché lo cercassero, ma i due lo tranquillizzarono dicendo che era pura formalità, dovevano condurlo al Comando per alcune informazioni. Mio padre chiese se doveva portarsi dietro qualcosa, ma di nuovo lo rassicurarono, così uscì col vestito che indossava e una sciarpa. Sciarpa che giorni dopo i miei videro al collo di un titino... Da quella sera non seppi più nulla di lui. Avevo 3 anni e mezzo... Per molti anni la nonna metteva da parte ogni sera un pezzo di pane, aspettando che papà facesse ritorno ...». Suo padre Kurt Haffner, 26 anni, probabilmente infoibato quella stessa notte nell’abisso di Pisino, era figlio di un ungherese di Budapest che a Pola – città mitteleuropea – aveva una gioielleria, e di una viennese, pasticcera a Pola. La mamma, Ersilia Camenaro, era invece figlia di un croato e di una istriana di Pisino. Sono i paradossi di quelle terre, da millenni crocevia di popoli che, incrociando i loro saperi, le hanno rese uniche per vitalità e fermenti culturali: «In casa parlavamo tedesco, italiano e ungherese» ricorda la stessa Egea. Erano quindi terre cosmopolite, che avevano positivamente beneficiato, da questo punto di vista, dell’appartenenza al grande impero asburgico.
«Ma intanto bisognava scappare. E prima dell’addio tutti si facevano ritrarre, di solito davanti all’Arena romana…», foto che oggi campeggia nella casa di ogni polesano, che sia in Australia, in Sudafrica o in qualsiasi città d’Italia. Egea partiva con sua mamma e i nonni paterni, piegati dal dolore, fecero scattare la famosa fotografia, oggi manifesto ufficiale del Giorno del Ricordo: « mi misero in mano un ombrellino e la mia valigia, con su scritto un numero di matricola ... Così diventavo l’esule giuliana 3001…». Un numero inventato per la foto, ma ancora più emblematico e straziante, perché « per indicare il numero degli abitanti di Pola», presentimento del fatto che presto la città intera si sarebbe letteralmente svuotata.
La bambina con la valigia ha poi proseguito quel percorso ad ostacoli che fu la vita di tutti gli esuli giuliani: portandosi sulle piccole spalle la guerra, la morte del padre, l’esilio. Da un campo profughi all’altro, con un passaggio breve anche in Sardegna, a Cagliari, e poi a Bolzano, dove visse anni di povertà in un retrobottega, che fungeva da cucina e camerata, insieme ai nonni e agli zii. Ma come tanti altri, ce la fece. Quel fotogramma, che porta sul retro la data, 6 luglio 1946, e il timbro del fotografo - polesano di origini ungheresi - Giacomo Szentivànyi, spuntò dai cassetti di famiglia nel 1997, quando il Museo della Guerra di Rovereto allestì una mostra per il 50° dell’esodo: «Finalmente uscivamo allo scoperto! – ha raccontato Egea - Ognuno di noi portò ciò che ci restava della nostra terra, io portai la mia foto di piccola orfana». Era il riassunto del dramma di un popolo e da quel momento n’è divenuta anche l’icona ufficiale.

Egea Haffner

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